Se presente, una colonia di taccole (Coloeus monedula) caratterizzata dall’andirivieni frenetico degli esemplari e dal loro costante chiacchiericcio petulante, non passa inosservata.
Distribuzione ed habitat
Presente in tutta Europa, comprese Isole britanniche e sud della Scandinavia, ma assente da Islanda, Shetland, Orcadi, Ebridi, Fær Øer, Corsica, Sicilia e gran parte del Portogallo; in Italia è stanziale su tutto il territorio nazionale.
Molto adattabile, si trova soprattutto in aree erbose aperte con macchie boschive più o meno estese, ma anche in aree rocciose, case diroccate, centri storici, parchi urbani e coltivi.
Aspetto
35-40 cm di lunghezza, 65-75 cm di apertura alare, 220-265 g di peso.
Il dimorfismo sessuale è trascurabile, ma i maschi tendono ad incanutire con l’età.
Appena più grande della ghiandaia; piumaggio nero lucido con piume grigio attorno il collo e sulle guance, occhi grigio-azzurri, becco e zampe corti e neri. I giovani sono più bruni, con occhi azzurri e becco grigio.
Rispetto ai conspecifici più grandi, ha andatura rapida ed irregolare e la si può vedere compiere acrobazie aeree in grandi stormi.
Volo veloce ed erratico, con battiti rapidi. Al tramonto è possibile che la colonia si produca in voli acrobatici. Il richiamo è un forte, veloce ed insistente ciac-ciac-ciac.
Alimentazione
Si nutre specialmente su prati, pascoli e campi appena arati, a livello del suolo o scavando appena sotto. In primavera ed estate cattura principalmente larve ed aduti di coleotteri, ditteri, curculionidi, cicale, cavallette e maggiolini, ma si ciba anche di ragni, lombrichi, lumache, e zecche che rimuovono sia dal bestiame, soprattutto pecore, ma anche da caprioli, cervi e daini. Può predare anche uova e nidiacei di allodola e altri uccelli canterini, airone cenerino, gheppio, civetta, tortore comuni, tortore dal collare orientali e piccioni e razziare nidiate di topi delle risaie, topi selvatici e ratti.
In autuno ed inverno passa invece a cereali, ghiande, frutta, semi e granaglie, visitando anche le mangiatoie di parchi e giardini la mattina molto presto, prelevando bocconi e consumandoli poi altrove.
Frequenta tutto l’anno discariche, carcasse e cumuli di letame sia per prendere avanzi sia per catturare insetti saprofagi.
Predatori
Le uova e i nidiacei sono predati da corvi, cornacchie, martore, faine, donnole e ratti, i giovani ancora poco pratici del volo sono presi da poiane e gheppi mentre gli adulti possono essere catturati da volpi e gatti mentre si nutrono a terra, da astori e falchi pellegrini quando in volo e da gufi reali e allocchi nei dormitori notturni.
Riproduzione
All’interno di una colonia vigono una gerarchia ben definita, l’aiuto reciproco agli esemplari feriti e la difesa comune del territorio.
Spesso una coppia resta unita tutta la vita, riproducendosi fra aprile e luglio ed allevando una covata l’anno.
Durante la sua prima stagione riproduttiva il maschio si accoppia con una femmina di gerarchia più bassa, permettendole così di salire di livello; per impressionare la femmina il maschio si produce in un corteggiamento durante il quale cammina avanti e indietro, impettito e fiero, con le piume del capo sollevate e le ali aperte, presentando un possibile sito di nidificazione.
Il nido, costruito in una cavità in vecchi alberi o dentro crepe di muri, è un mucchio di ramoscelli tenuti insieme da foglie secche e fili d’erba, con il cesto centrale rivestito d’erba, crini e lanuggine prelevati direttamente da cavalli e pecore.
Mentre la femmina depone 4-6 uova verdastre maculate di marrone, il maschio rimane particolarmente vigile per evitare accoppiamenti con rivali ed assicurarsi la completa paternità della nidiata. La femmina inizia quindi a covare, nutrita dal maschio, dopo la deposizione del secondo uovo; dopo 15-20 giorni avviene la schiusa, rivelando pulcini inetti e nutriti da ambo i genitori, ma non ostante l’impegno è relativamente frequente la morte dei due pulcini usciti per ultimi. Dopo 30-35 giorni i pulli lasciano il nido, unendosi alla colonia ed iniziando a nutrirsi da soli.
L’aspettativa vita è di 5-7 anni in natura, mentre arriva fino a 15 in cattività.
Rapporti con l’uomo
La loquacità, la passione per gli oggetti luccicanti e la capacità di imitare la voce umana hanno reso la taccola un personaggio interessante fin dall’antichità.
Nell’antica Grecia erano soprattutto accostate alla vanità: secondo una diceria una taccola sarebbe facile da catturare con una semplice scodella di olio, giacché l’uccello vi cadrebbe dentro pur di potervisi specchiare, rimanendo però invischiato.
Come inoltre già raccontato nell’articolo “I corvidi nel folklore e nella mitologia” anche Esopo (620 a.C.-564 a.C.) elaborò il concetto, ma facendo rubare ed indossare ad una taccola delle piume di pavone, prima di essere immancabilmente smascherata.
Teofrasto (371 a.C.-287 a.C.) e Ovidio (43 a.C.-18 d.C) riferiscono invece della credenza che le taccole siano un presagio di pioggia, mentre Plinio il Vecchio (23-79) di come fossero rispettate e curate presso gli Illiri e Tessali, in quanto grandi consumatrici di cavallette e, quindi, guardiane passive dei raccolti.
Sempre Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta di Arne, principessa dell’isola di Sifno, che vendette il suo popolo a Minosse, re di Creta, in cambio di un ricchissimo compenso e di come gli dei punirono la sua bramosia e cupidigia trasformandola in taccola, sempre attratta da oggetti scintillanti.
Durante il medioevo la taccola mantenne la nomea di stupidità e di essere foriera di pioggia, acquisendo anche, a seconda della zona, attributi di iattura o buon auspicio: in Galles la loro abitudine a nidificare nei campanili le rese quasi uccelli sacri, in Inghiltera la loro presenza vicino ad una casa era invece il chiaro segno di morti imminenti ed in Boemia addirittura del prossimo scoppio di una guerra. L’idea attechì al punto che Procopio (975-1053) abate dell’abbazia di Sázava, le fece estinguere dalla città, dove tuttoggi non nidificano più.
Sempre come simbolo di idiozia potrebbero essere state utilizzate da Geoffrey Chaucer (1343-1400) e William Shakespear (1564-1616) ma, avendo usato i due poeti il termine chough, originariamente utilizzato per le taccole, ma più tardi identificante i gracchi corallini, non c’è unità di vedute fra gli accademici.
Con il tempo giunsero anche componimenti più positivi, ad esempio ad opera del naturalista inglese Gilbert White (1720-1793) dello scrittore e chirurgo scozzese Tobias Smollet (1721-1771) del poeta inglese William Cowper (1731-1800) e del poeta e spiritualista irlandese William Yeats (1865-1939). Lo scrittore e chierico anglicano Richard Barham (1788-1845) scrisse invece di una taccola che ruba l’anello di un cardinale cattolico per potersi lanciare in una satirica invettiva anticlericale, mentre l’umorista Thomas Hood (1799-1845) si contrappose all’idea gallese di sacralità del volatile, affermando che non basta nidificare nei campanili per diventare un uccello religioso.
L’etologo austriaco Konrad Lorenz (1903-1989) aveva, fra gli altri, delle taccole domestiche, di cui parlò profusamente, descrivendone i comportamenti sociali, soprattutto ne L’anello di re Salomone e in Osservazioni sulle taccole.
Come tutti i corvidi, fino agli anni ’60 è stata perseguitata come animale nocivo a causa del consumo di frutta nei coltivi e soprattutto perché percepita come competitrice dei cacciatori, predando uova e nidiacei di uccelli canterini agognati anche dall’uomo. In Inghilterra, in particolare, Enrico VIII ed Elisabetta I firmarono vari decreti di abbattimento che portarono allo spopolamento di intere regioni ed al drastico calo dell’intera popolazione delle Isole britanniche; inoltre, ad oggi è ancora legale usarle come zimbelli per catturrare ed ingabbiare esemplari per l’allevamento in cattività.
Con l’introduzione, negli anni ’70, di una regolamentazione più stringente, la popolazione europea si è ripresa con una certa rapidità ed è tuttora in crescita.
Federico Buldrini




