L’usignolo nella cultura e nelle arti

Rieccomi a raccontarvi, almeno un po’, l’influenza che l’usignolo ha avuto sull’immaginario umano e di come sia stato musa di artisti durante tutta la nostra storia.

La sua prima apparizione mitologica ci viene raccontata da Omero (VIII sec. a. C.) nel XIX canto dell’Odissea, in cui si fa riferimento alla storia di Aedona, regina di Tebe, moglie di Zeto e madre di Itilo. Gelosa che la cognata Niobe avesse generato sei figli e sei figlie, tentò di ucciderle il primogenito entrando nottetempo nella camera in cui dormivano i figli di ambo le donne, ma, al buio, pugnalò invece il proprio unico figlio. Zeus, vistane la disperazione, la trasformò in usignolo, destinato a piangere tutta la notte.

È detta “usignolo” una piccola vasca di metallo riempita d’acqua e dotata di tre-quattro canne, con la bocca a pelo d’acqua ed il cui suono simula il vociare degli uccelli. Secondo il musicologo Peter Williams era già utilizzato in teatro nel II sec. a.C., salvo poi cadere in disuso ed essere riscoperto solo in età barocca ed essere quindi introdotto fra i componenti degli organi.

Ovidio (43 a.C.-18 d.C.) ne Le Metamorfosi, racconta la variante medio orientale dell’antico mito di Aedona. Procne, moglie di Tereo, re di Tracia, aveva una sorella: Filomela. Volendo la sorella accanto a sé, la regina spedì il marito perché la scortasse a palazzo, ma, giunti che furono in un bosco, Tereo stuprò Filomela e, per zittirla in modo definitivo, le tagliò anche la lingua. Giunta a corte, Filomela riuscì comunque ad avvertire la sorella del misfatto, ricamando un arazzo. Le due uccisero quindi Iti, figlio di Tereo e Procne, lo cucinarono e lo servirono al re. A fine pasto mostrarono al monarca la testa decapitata del figlio e si dettero alla fuga, inseguite dall’uomo assetato di sangue. Per sfuggire alla sua furia invocarono infine l’aiuto degli dei che trasformarono così Procne in usignolo, Filomela in rondine e Tereo in upupa. 

Facciamo un salto di qualche secolo e arriviamo nel XII secolo, tempo di crociate e trovatori.
Nella poesia trobadorica francese l’usignolo è spesso simbolo di primavera, ma più ancora di gioia e amore trionfante, ancorché cortese, dunque impossibile e languido, verso la dama decantata, come visibile in varie “canso” di Jaufré Rudel, Peire d’Alvernhe, Bernart de Ventadorn oGaucelm Faidit.
Ad esempio in Quan lo rius de la fontana di Jaufré Rudel (c.1110-c.1148) il poeta è sulla riva di un ruscello a struggersi per l’amata lontana, la leggenda dice la contessa Hodierna di Tripoli. Attorno a lui le rose sono in fiore e l’usignolo canta fra i rami, ispirandolo a mettere in versi il suo mal d’amore. 
In Can l’erba fresch’el folha par di Bernart de Ventadorn (1135-1195) il canto degli usignoli apre il carme, come messaggeri della gioia del poeta ed il suo ardere per la propria dama, forse Eleonora d’Aquitania, di cui per un certo periodo Ventadorn si dice fu amante.
In Lo rossinhols s’esbaudeya, invece, essendo ora solo ed in tregua amorosa, Bernart duetta con l’usignolo per semplice diletto e virtuosismo.

Francesco Petrarca (1304-1374) attorno il 1367, nel sonetto 311 del Canzoniere, piange la morte di Laura, accompagnato dall’usignolo, qui nuovamente nel ruolo di cantore malinconico.

Nel 1537 il compositore francese Clément Janequin (1485-1558) presentò Le chant des oyseux, una raccolta di polifonie imitative, fra cui una sull’usignolo, in cui i cantanti enunciano l’uccello imitato e ne riproducono quindi il canto con vocalizzi.

William Shakespear (1564-1616) nel 1597, nell’atto terzo, scena quinta di Romeo e Giulietta, fa avere ai due amanti, nel corso di uno dei loro incontri clandestini, una discussione per capire se quello che hanno appena sentito fosse il canto del notturno usignolo o della mattiniera allodola, segnale della fine del rendez-vous.
Il gesuita ed erudito tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) pubblicò nel 1650 il saggio Musurgia universalis, all’interno del quale riportò, fra le altre cose, la trascrizione su spartito di vari canti di uccelli, fra cui l’usignolo.

Antonio Vivaldi (1678-1741) compose i suoi concerti per violino fra il 1710 ed il 1720. Fra questi ne esiste uno in La maggiore, catalogato RV335a e denominato Il rosignolo. Il violino guizza per imitare il canto ed i movimenti del volatile e, in alcune esecuzioni, è possibile sentire, durante il secondo movimento, anche l’usignolo da organo di cui ho parlato in precedenza.

Nel 1739 Georg Friedrich Händel (1685-1759) compose il Concerto per organo da camera n° 13 in fa maggiore, in cui l’organo si produce in un duetto fra un usignolo ed un cuculo.

Nel 1808 Ludwig van Beethoven (1770-1827) inserì nel secondo movimento della sua sesta sinfonia, la Pastorale, un intermezzo flautistico imitante i canti di usignolo, allodola e cuculo.

Il poeta inglese John Keats (1795-1821) compose nel 1819 Ode to a Nightingale, una meditazione sull’arte e sulla vita ispirata dal canto di un usignolo nidificante nel suo giardino. Il dialogo surreale fra Keats e l’uccello è contrastato dall’angoscia della mortalità umana, impotente davanti all’immortalità dell’arte, simboleggiata dall’usignolo.

Jenny Lind (1820-1887) fu una soprano svedese, fra le più rinomate cantanti del XIX secolo grazie al timbro cristallino, a notevoli abilità tecniche e virtuosistiche e, nella seconda parte della carriera, a un buon marketing inperniato sul soprannome di usignolo di Svezia, la cui invenzione è da alcuni attribuita ad Hans Christian Andersen.

Nel 1821 Percy Bysshe Shelley (1792-1822) paragonò, nel saggio incompiuto A Defence of Poetry, i poeti a usignoli che cantano al buio per riempire la loro solitudine e i cui spettatori sono come uomini ammaliati da un musicista invisibile: capiscono di essere smossi nei sentimenti, ma non capiscono da dove giunga la musica e perché li emozioni.

Nel 1843 Hans Christian Andersen (1805-1875) pubblicò la fiaba L’usignolo.
L’imperatore della Cina apprende dell’esistenza dell’usignolo ed è mosso alle lacrime dal suo canto, invitandolo quindi ad essere suo ospite nella Città Proibita. Un giorno l’imperatore riceve però in dono un usignolo meccanico, subito messo a confronto con quello ospitato a palazzo che, offeso, si invola e sparisce, venendo così bandito per la scortesia verso il monarca. Con il tempo l’uccello meccanico si usura e, benché riparato, può cantare sempre più raramente. Cinque anni dopo l’imperatore giace malato e la Morte è seduta sul suo petto per mostrargli le sue azioni passate. Il sovrano implora l’usignolo meccanico di scacciare i ricordi con il suo canto, ma l’automa non si muove. Giunge però un canto dall’esterno: è l’usignolo bandito, tornato di sua volontà. Questa volta è la Morte a commuoversi per la melodia e a decidere di risparmiare, per ora, l’imperatore. Il monarca e l’usignolo stipulano un patto: l’uccellino rifiuta di tornare ospite a corte, ma promette che tornerà dall’imperatore ogni volta che vorrà, per cantare ciò che ha visto in volo.

Si ritiene che Andersen abbia scritto questa fiaba per trovare un po’ di catarsi dall’amore non corrisposto della Lind: lo scrittore era fra coloro che rimasero folgorati dalla soprano, avendo una vera e propria epifania che gli aveva fatto comprendere, per sue stesse parole, la sacralità dell’arte. Ora, Andersen era notoriamente effemminato, sproporzionato e con un naso che lo precedeva di un quarto d’ora, per citare il Cyrano di Rostand. Refrattaria ai suoi più o meno chiaramente espressi sentimenti, la cantante si mantenne sempre algida nei suoi confronti, investendolo con il più classico dei due di picche “vi vedo come un fratello” e regalandogli una saponetta per Natale. È quasi certo che l’atteggiamento della Lind sia stato lo spunto per il personaggio gelido ed inarrivabile che dà il nome alla fiaba La regina delle nevi.

Franz Liszt (1811-1886) pubblicò nel 1853 la sonata per pianoforte s.250/1, detta Le rossignol, pezzo virtuosistico, composto dalla trascrizione e variazioni sul tema di una romanza di Alexander Alyabyev, a sua volta basata su melodie tradizionali russe.

Nel 1885 Pablo de Sarasate (1844-1908) compose la sonata per violino e orchestra n° 29 detta El canto del ruiseñor. Similmente a quanto già visto con Vivaldi, il violino imita con una certa precisione il canto.

Nel 1888 Oscar Wilde (1854-1900) pubblicò il racconto The Nightingale and the Rose, riprendendo topos già presenti in leggende medievali, ma qui utilizzati per criticare e irridere la società Vittoriana.
Uno studente è innamorato della figlia di un professore e si rammarica di non poterle regalare una rosa rossa, dopo che questa l’ha chiesta in cambio dell’invito a un ballo. Un usignolo sente i suoi lamenti e, presolo in simpatia, visita invano tre roseti, uno bianco, uno giallo e uno privo di gemme per l’inverno troppo rigido. L’usignolo chiede se non ci sia una via d’uscita e il roseto gli risponde che dovrebbe cantare tutta la notte fino a squarciarsi il petto per tingere le rose con il sangue. L’usignolo decide di sacrificarsi ed essendo l’amore superiore ad ogni cosa e perfetto nella morte, si impala il cuore su una spina e canta fino allo sfinimento. La mattina lo studente trova la rosa rossa e corre dalla sua amata che però la rifiuta sdegnosamente perché non in tinta con l’abito. Aggiunge poi di aver ricevuto dei gioielli da un altro giovane e che tutti sanno cosa costi di più fra un fiore e dei preziosi. Lo studente butta quindi la rosa, prontamente spappolata da un carro, maledice l’inutilità e frivolezza dell’amore e torna sui libri.

1902, all’interno dell’atto secondo della Parysatis di Camille Saint-Saëns (1835-1921) il compositore inserì un intermezzo detto Le Rossignol et la Rose composto da fraseggi di soprano, imitanti l’usignolo, ovviamente, accompagnati, a seconda dell’allestimento, dal solo piano o dall’orchestra e punteggiato dall’oboe.

Nel 1914 Igor’ Stravinskij (1882-1971) compose l’opera in tre atti Le rossignol, il cui libretto è basato sulla fiaba di Andersen.

Nel 1924 Ottorino Respighi (1879-1936) all’interno del terzo movimento del poema sinfonico I pini di Roma fa interpretare al clarinetto solista il canto dell’usignolo che abita i pini del Gianicolo.

Nel maggio del 1924 la violoncellista inglese Beatrice Harrison (1892-1965) stava suonando nel proprio giardino nel Surrey quando si rese conto che degli usignolo le rispondevano. Contattò poco dopo Lord John Reith, consigliere delegato della BBC e lo convinse a tentare una trasmissione radiofonica in esterna. La sera del 19 maggio avvenne una delle primissime dirette radiofoniche in esterna in assoluto e gli usignoli, dopo essersi fatti attendere, ripagarono ampiamente l’attesa dei moltissimi ascoltatori da tutto il Commonwealth. Per i dodici anni successivi la cosa si ripetè e dal 1927 vennero incisi e pubblicati alcuni dei duetti fra la Harrison e gli usignoli.

Nel 1938 il musicologo Joseph Canteloube (1879-1957) trascrisse la canzone Rossignolet du bois, di un anonimo occitano e dall’origine ignota, essendo stata tramandata oralmente fino a quel momento. In linea con la tradizione occitana vista in precedenza, l’usignolo è messaggero d’amore e, in più, dispensatore di consigli amorosi per il protagonista.

Nel 1939 il compositore statunitense Manning Sherwin (1902-1974) ed il paroliere inglese Eric Maschwitz (1901-1969) scrissero A Nightingale Sang in Berkeley Square, brano che racconta di una giovane coppia che si incontra nell’omonima piazza alberata londinese, accompagnata dal canto di un usignolo. Divenuto nel tempo uno standard jazz ed un pezzo forte per i crooner è stato interpretato, fra gli altri, nel 1940 da Bing Crosby (1903-1977) nel 1962 da Frank Sinatra (1915-1998) nel 1992 da Tony Bennet (1926-2023) nel 2004 da Rod Stewart (1945) e nel 2022 da Michael Bublé (1975).

Fra il 1956 e il 1959 l’ornitologo e compositore francese Olivier Messiaen (1908-1992) stilò il Catalogue d’oiseaux, trascrivendo per pianoforte i canti dell’avifauna francese.

Nel 1957 Luciano Martelli (1899-1976), Gian Carlo Castellani (?-?) e Mario Concina (?-?) scrissero per Claudio Villa (1926-1987) il brano Usignolo, in cui si rispolverano i connotati malinconici, essendo qui l’uccello una metafora per un’amante intrappolata in un amore infelice.

Nel 1964 il gruppo folk irlandese The Dubliners pubblicò il brano The Nightingale, una delle varianti di una canzone trascritta per la prima volta a Londra nel 1689 come The Lady And The Soldier.Qui l’autore racconta di essere stato testimone non vistodella tresca clandestina fra una ragazza e un granatiere, con la coppia che si allontana verso un ruscello per “ascoltare l’usignolo cantare” una classica allusione sessuale nel folk irlandese.

Nel 1974 Joan Baez (1941) incluse nell’album Gracias a la Vida il brano El Rossinyol. Canzone tradizionale catalana, fu probablmente scritta attorno al 1659, in seguito alla Pace dei Pirenei, che pose fine alla guerra franco-spagnola, ma che divise anche la Catalogna. Qui l’usignolo è simbolo di libertà e messaggero capace di ricongiungere in qualche modo le famiglie divise dal nuovo confine.

Di nuovo messaggero d’amore trionfante è invece l’usignolo protagonista del brano The Nightingale di Julee Cruise (1956-2022) e usato nel 1990 all’interno della colonna sonora di Twin Peaks.

Nel 1997 i Nightwish, gruppo symphonic metal finlandese,pubblicarono il loro primo album, contenente il brano Know Why The Nightingale Sings. Qui l’usignolo, in linea con il pensiero di Shelley, è una metafora del potere dell’arte, la musica in questo caso, che permette all’uomo di abbandonare, almeno temporaneamente, i fardelli del mondo materiale e trascendere verso la pace interiore in un mondo di fantasia.

Nel 2016 la band doom metal svedese Trees of Eternity pubblicò l’album Hour of the Nightingale, contenente l’omonimo brano. Qui l’usignolo assume i caratteri di guida nel passaggio fra la vita e la morte, portando al protagonista un messaggio dell’amata, già nell’oltretomba, che lo esorta a non avere paura.

Nel 2022 la band progressive metal britannica Haken pubblicò il singolo Nightingale in cui un poeta depresso cerca di uscire dal blocco dello scrittore, rappresentato dall’usignolo meccanico della fiaba di Andersen. L’usignolo vivo, invece, funge da musa e da metafora per la ritrovata ispirazione.

Federico Buldrini con consulenza su musica medioevale di Elia Bertolazzi

Beatrice Harrison – Di Vol. 12, No. 4, The Early Piano I (Nov., 1984), p. 481.
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Hans Christian Andersen (Budtz Müller & Co) – Di Thora Hallage – museum.odense.dk
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=11819411

Tavola dalla Musurgia universalis – Di Athanasius Kircher (1602 – 1680)
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=64585275

Morte di Jaufre Rudél fra le braccia di Hodierna di Tripoli
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=627133

Di Eduard Magnus – Jenny Lind nel 1862
https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1343287

Morte di Jaufre Rudél fra le braccia di Hodierna di Tripoli
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